Popillia japonica: ricerca e prevenzione per convivere con l’insetto
La Popillia japonica non può più essere eradicata, ma può essere gestita attraverso monitoraggio, ricerca, difesa integrata e investimenti nelle reti di protezione. È questo il messaggio emerso dall’incontro organizzato il 5 agosto da Confagricoltura Torino con il Settore fitosanitario della Regione Piemonte e la Fondazione Agrion nell’azienda vitivinicola Cieck a San Giorgio Canavese.
Davide Venanzio del Settore Fitosanitario della Regione Piemonte e Luca Nari della Fondazione Agrion e il vicedirettore di Confagricoltura Torino Gabriele Busso hanno illustrato l’evoluzione della diffusione dell’insetto, classificato dall’Unione europea tra gli organismi nocivi prioritari, sottolineando come l’obiettivo oggi sia imparare limitare i danni alle produzioni agricole. Particolare attenzione è rivolta alle aziende biologiche, che dispongono di strumenti di difesa molto limitati.
Tra i risultati più significativi sono stati presentati quelli della sperimentazione di Agrion sulle reti di protezione nei pescheti. Le prove hanno dimostrato che, se installate correttamente, anche le reti antigrandine possono impedire l’ingresso degli adulti e ridurre quasi completamente i danni ai frutti, aprendo una prospettiva concreta per le colture più sensibili.
Durante l’incontro è stato inoltre illustrato il bando della Regione Piemonte che sostiene gli investimenti per la realizzazione di sistemi di protezione con contributi fino all’80% della spesa per le aziende agricole.
“Dobbiamo imparare a convivere con questo insetto - ha dichiarato il presidente di Confagricoltura Torino, Gian Luigi Orsolani - sostenendo la ricerca e mettendo le imprese nelle condizioni di adottare strumenti efficaci di prevenzione e difesa. Serve inoltre continuare a lavorare per individuare soluzioni adeguate anche per le aziende biologiche”.
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Approfondimento tecnico - Popillia japonica, la ricerca indica la strada: difesa integrata e reti per convivere con il coleottero invasivo
San Giorgio Canavese – La sfida non è più eradicare Popillia japonica, ma imparare a conviverci riducendone l’impatto sulle produzioni agricole. È questo il messaggio emerso dal convegno organizzato da Confagricoltura Torino il 5 agosto nell’azienda vitivinicola Cieck di San Giorgio Canavese, che ha riunito produttori, tecnici del Settore Fitosanitario della Regione Piemonte e ricercatori della Fondazione Agrion per fare il punto sull’evoluzione dell’infestazione e sulle più recenti strategie di contenimento.
Ad aprire i lavori è stato il presidente di Confagricoltura Torino, Gian Luigi Orsolani, che ha sottolineato come il Canavese stia affrontando una situazione particolarmente complessa. Alla pressione esercitata dal coleottero si aggiungono infatti gli effetti della siccità, che limitano la capacità delle viti di ricostituire la superficie fogliare dopo gli attacchi. Una combinazione di fattori che rende ancora più delicata la gestione dei vigneti e rafforza la necessità di individuare strumenti di difesa efficaci, soprattutto per le aziende biologiche.
Ad aggiornare il quadro fitosanitario è stato Davide Venanzio del Settore fitosanitario e servizi tecnico-scientifici della Regione Piemonte. Il tecnico ha ricordato come Popillia japonica sia inserita dall’Unione europea tra gli organismi nocivi prioritari e rappresenti una delle specie invasive di maggiore interesse fitosanitario. Dopo dodici anni dalla prima segnalazione nel Parco del Ticino, il coleottero ha ormai colonizzato gran parte del Piemonte e continua la sua espansione verso altre regioni italiane ed europee.
Venanzio ha ribadito un concetto che ha accompagnato tutto il convegno: oggi non è più realistico parlare di eradicazione. “Dobbiamo imparare a convivere con questo insetto”, ha spiegato, ricordando che nemmeno gli Stati Uniti, dove la specie è presente da oltre un secolo e sono disponibili mezzi di difesa più numerosi rispetto a quelli autorizzati in Europa, sono riusciti a eliminarla. L’obiettivo diventa quindi ridurne l’impatto economico attraverso una gestione integrata che combini monitoraggio, corrette pratiche agronomiche e interventi mirati.
Il Servizio Fitosanitario regionale continua a investire nel monitoraggio della diffusione dell’insetto attraverso una rete di trappole, rilievi larvali nei prati e controlli nelle aree ancora indenni. Un’attività indispensabile per seguire l’evoluzione delle popolazioni e programmare le strategie di difesa.
Durante il dibattito è stato affrontato anche il tema delle trappole attrattive, spesso considerate una soluzione semplice dagli agricoltori e dai privati. I tecnici hanno ribadito che il loro utilizzo in prossimità delle colture può risultare controproducente. Gli attrattivi richiamano infatti un numero di adulti molto superiore a quello che viene effettivamente catturato e gli insetti che non finiscono nella trappola si alimentano sulle piante circostanti, aumentando il danno. Per questo motivo le trappole trovano un impiego corretto solo all’interno di strategie di monitoraggio o di cattura massale pianificate su scala territoriale.
Altro tema centrale è stato quello della difesa chimica. Gli interventi con insetticidi possono contribuire a contenere le popolazioni, ma da soli non rappresentano una soluzione definitiva. Le reinfestazioni sono infatti molto rapide e possono verificarsi già il giorno successivo al trattamento, soprattutto nelle aree a maggiore pressione dell’insetto. Per questo motivo il Settore Fitosanitario insiste da anni sulla necessità che gli interventi vengano eseguiti in modo coordinato tra aziende confinanti, principio già applicato con successo anche nella lotta contro lo Scaphoideus titanus, vettore della flavescenza dorata.
Particolarmente delicata rimane la situazione delle aziende biologiche. Le sperimentazioni effettuate con prodotti ammessi in agricoltura biologica non hanno ancora individuato una soluzione pienamente soddisfacente. I funghi entomopatogeni, come Beauveria bassiana, hanno mostrato risultati limitati, mentre il caolino può offrire un certo effetto di disturbo nei confronti dell’insetto, senza però garantire una protezione completa. Più promettente appare invece l’impiego dei nematodi entomopatogeni contro le larve presenti nel terreno, ma la loro efficacia dipende dalla possibilità di intervenire su superfici molto ampie e in condizioni ambientali favorevoli.
Un’importante novità arriva invece dalla ricerca applicata della Fondazione Agrion, che ha presentato i primi risultati di una sperimentazione condotta in alcuni pescheti del Vercellese. L’obiettivo era verificare se le reti di protezione potessero costituire una barriera efficace contro Popillia japonica. I risultati del primo anno sono stati molto incoraggianti. Nei frutteti protetti il danno ai frutti è risultato praticamente nullo, mentre negli appezzamenti lasciati scoperti alcune varietà hanno registrato danni compresi tra il 20 e il 35 per cento.
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla sperimentazione riguarda il comportamento delle comuni reti antigrandine. Oltre alle tradizionali reti antinsetto a maglia fitta, anche le coperture normalmente utilizzate per la protezione dalla grandine si sono dimostrate capaci di ostacolare efficacemente l’ingresso degli adulti, a condizione che l’impianto sia completamente chiuso e privo di aperture laterali. Basta infatti un piccolo varco perché gli insetti riescano a penetrare all’interno della coltura.
La ricerca ha però evidenziato anche alcuni aspetti da approfondire. Le reti determinano un aumento della temperatura e soprattutto dell’umidità all’interno del frutteto, condizioni che possono favorire lo sviluppo di alcune malattie fungine come la monilia. Per questo motivo la sperimentazione proseguirà anche nel prossimo anno, valutando non solo l’efficacia contro l’insetto, ma anche gli effetti sul microclima, sulla qualità dei frutti e sulla gestione agronomica dell’impianto.
Secondo i tecnici di Agrion le reti rappresentano oggi una delle soluzioni più promettenti soprattutto nei nuovi impianti, che possono essere progettati fin dall’inizio prevedendo spazi adeguati, strutture di sostegno e sistemi di chiusura efficaci. L’adattamento di frutteti già esistenti appare invece più complesso e comporta costi aggiuntivi, stimati preliminarmente intorno al 30-35% rispetto a un impianto tradizionale.
Proprio per favorire questo tipo di investimenti Confagricoltura Torino ha illustrato il bando della Regione Piemonte dedicato alla prevenzione dei danni da organismi nocivi. La misura sostiene la realizzazione di reti antinsetto e delle relative strutture di sostegno, riconoscendo contributi fino all’80% della spesa per le aziende agricole e fino al 100% per gli enti pubblici.
Il confronto con gli agricoltori ha evidenziato anche numerose criticità operative. Dai dubbi sull’efficacia dei trattamenti alla gestione dei prati, dalle difficoltà delle aziende biologiche alla richiesta di strumenti normativi più efficaci, è emersa la consapevolezza che non esista una soluzione unica. La gestione di Popillia japonica richiederà necessariamente un approccio integrato, adattato ai diversi territori e costruito attraverso la collaborazione tra istituzioni, ricerca e imprese agricole.
Il messaggio conclusivo lanciato durante il convegno è stato netto: il coleottero giapponese è ormai una presenza stabile con cui il comparto agricolo dovrà convivere. La ricerca sta però mettendo a disposizione strumenti sempre più efficaci, come dimostrano le prove sulle reti di protezione, mentre il monitoraggio e la gestione integrata consentono già oggi di limitare sensibilmente i danni. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare queste conoscenze in pratiche diffuse, sostenibili dal punto di vista tecnico ed economico e accessibili a tutte le aziende agricole, con particolare attenzione al comparto biologico, che continua a rappresentare il fronte più delicato della lotta a Popillia japonica.




