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Relazione danni fauna selvatica


L’ISPRA (Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha presentato la relazione annuale sui danni da fauna selvatica.

La relazione descrive un quadro nazionale in cui i danni causati dalla fauna selvatica alle attività agricole e zootecniche sono in costante aumento e rappresentano un problema strutturale. ISPRA evidenzia come la crescita numerica e l’espansione territoriale di alcune specie, unite all’assenza di sistemi omogenei di raccolta dati, rendano difficile una valutazione comparabile e completa del fenomeno, che risulta comunque sottostimato.

Il cinghiale emerge come la specie più impattante: tra il 2015 e il 2023 ha causato, in Italia, oltre 170 milioni di euro di danni all’agricoltura, concentrati soprattutto in alcune regioni e in larga parte nel territorio non protetto. Tuttavia, i meccanismi di indennizzo e il regime “de minimis” fanno sì che gli importi riconosciuti siano spesso inferiori ai danni reali.

Il lupo, tornato a occupare gran parte del territorio nazionale, rappresenta un successo conservazionistico ma anche una fonte di conflitto con la zootecnia. I danni, concentrati in un numero limitato di aziende “hotspot”, riguardano soprattutto ovicaprini. I dati mostrano che gli impatti sono cronici solo per una minoranza di allevamenti, mentre la maggior parte subisce eventi sporadici. Anche in questo caso, la frammentazione normativa e la carenza di informazioni sulle misure di prevenzione limitano l’efficacia della gestione.

Altre specie – come cervidi, nutria, storno, uccelli ittiofagi, corvidi e piccione di città – causano impatti localmente rilevanti, differenziati per contesto ambientale e tipologia produttiva. In alcuni casi, interventi mirati di controllo hanno dimostrato di ridurre sensibilmente i danni.

La relazione di ISPRA sottolinea la necessità di adottare un sistema nazionale standardizzato di raccolta dati, di rafforzare le misure di prevenzione e di promuovere un approccio integrato che combini prevenzione e controllo, concentrando gli sforzi nelle aree e sulle aziende maggiormente colpite. Solo così è possibile ridurre i conflitti, contenere i costi pubblici e migliorare l’efficacia delle politiche di gestione della fauna selvatica.